La
successione ereditaria è un passaggio spesso percepito come complesso dal punto di vista fiscale. Nel 2026, tuttavia, il quadro normativo italiano appare più chiaro grazie a una serie di semplificazioni introdotte nell’ambito della riforma fiscale. Comprendere cosa deve essere dichiarato e cosa no diventa fondamentale per evitare errori e gestire correttamente il
patrimonio ereditato.
Uno dei primi aspetti da chiarire riguarda i beni che non devono essere dichiarati. Non tutti i beni ereditati, infatti, rientrano nell’attivo ereditario rilevante ai fini fiscali. Restano esclusi i
beni di modico valore, ossia quelli che non esprimono una reale
capacità contributiva, come oggetti personali o somme contenute. Inoltre, la normativa esclude espressamente alcune categorie, tra cui i titoli di
Stato, le indennità di fine rapporto e le somme derivanti da polizze vita. Questi beni
non devono essere indicati nella dichiarazione di successione, in quanto non concorrono alla formazione della base imponibile.
Accanto a queste esclusioni, è necessario distinguere le agevolazioni già esistenti da quelle rafforzate o chiarite dalla normativa del 2026. Il riferimento è alla riforma attuata in base al D.Lgs. 123/2025, entrato in vigore dal 1° gennaio 2026, che ha reso il sistema più lineare,
eliminando il “coacervo”, cioè il meccanismo che imponeva di sommare le donazioni fatte in vita all’
eredità ai fini del calcolo dell’
imposta. Oggi, successione e donazioni sono considerate separatamente, con un effetto favorevole per gli eredi, che possono beneficiare più agevolmente delle franchigie. Restano inoltre operative le
agevolazioni per la “prima casa”, che consentono di ridurre sensibilmente il carico fiscale in presenza dei requisiti previsti.
Il tema delle donazioni è strettamente collegato alla successione. Le attribuzioni effettuate in vita dal defunto, se regolarmente formalizzate, non devono essere nuovamente dichiarate nella successione. La novità del 2026 consiste proprio nel fatto che tali donazioni non incidono più sul calcolo dell’imposta successoria, grazie all’eliminazione del coacervo. Questo rende più efficace la pianificazione patrimoniale e offre maggiore certezza agli eredi.
Un ulteriore profilo riguarda i casi in cui non è necessario presentare la dichiarazione di successione. La
legge prevede che l’
adempimento venga meno quando l’eredità è devoluta esclusivamente al coniuge e ai
figli, non sono presenti
beni immobili e il valore complessivo del patrimonio non supera i 100.000
euro. In queste ipotesi, il
legislatore ha ritenuto di esonerare gli eredi da un obbligo formale che risulterebbe sproporzionato rispetto all’entità del patrimonio.
Anche quando la dichiarazione è dovuta, non è detto che si debba
pagare l’imposta. I figli beneficiano infatti di una franchigia particolarmente elevata: fino a un milione di euro per ciascun erede
non si applica l’imposta di successione. Si tratta di una soglia che, nella pratica, esclude dalla tassazione la maggior parte delle successioni familiari, pur lasciando fermo l’obbligo dichiarativo nei casi previsti.
È quindi essenziale
non confondere l’esenzione dall’imposta con l’esonero dalla dichiarazione. La dichiarazione di successione deve essere
presentata entro un anno dall’
apertura della successione, cioè dalla data del decesso. L’omessa presentazione, quando dovuta, comporta
sanzioni rilevanti, che possono arrivare anche a superare l’imposta stessa. Per questo motivo, conoscere con precisione quali beni non devono essere dichiarati e quando l’adempimento è obbligatorio rappresenta uno strumento indispensabile per evitare rischi e gestire correttamente il procedimento successorio.