La vicenda trae origine da un contenzioso tra due società, A.A. Srl e ANVA Srl e un istituto di credito, Intesa Sanpaolo (già UBI Leasing), sfociato in una richiesta risarcitoria milionaria a seguito di una segnalazione ritenuta illegittima. Dopo un doppio rigetto nei giudizi di merito, la Suprema Corte interviene cassando l’approccio dei giudici territoriali e rinviando la causa per un nuovo esame.
Più nel dettaglio, il contenzioso ha origine da un rapporto di leasing relativo all’acquisto di macchinari, nell’ambito del quale ANVA Srl aveva accumulato un’esposizione debitoria pari a circa 41.800 euro per canoni non corrisposti tra il 2003 e il 2004. Nel corso di una controversia già pendente le parti avevano avviato trattative per una possibile definizione transattiva, senza però giungere a un accordo. La banca aveva, dunque, proceduto alla segnalazione della società alla Centrale dei Rischi. Ritenendo tale segnalazione illegittima e dannosa, ANVA Srl, insieme ad A.A. Srl – società ritenuta collegata – aveva agito in giudizio chiedendo il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, quantificati in 2,5 milioni di euro. In particolare, A.A. Srl lamentava di aver subito un pregiudizio diretto, consistito nel diniego di un finanziamento da parte di Unicredit proprio a causa della segnalazione della società collegata.
Il Tribunale di Roma aveva rigettato la domanda, ritenendo non provato il danno e facendo rientrare la vicenda nell’ambito della responsabilità precontrattuale. La Corte d’Appello di Roma aveva confermato la decisione, pur qualificando diversamente la domanda (come extracontrattuale), ma ritenendo comunque legittima la segnalazione in quanto conseguenza del mancato pagamento dei canoni di leasing.
Il punto centrale della pronuncia della Cassazione riguarda la nozione di sofferenza rilevante ai fini della segnalazione alla Centrale dei Rischi. La Suprema Corte ribadisce che tale qualificazione non può derivare automaticamente da un inadempimento, ma richiede una valutazione complessiva della situazione economico-patrimoniale del debitore. In particolare, la segnalazione è legittima solo quando il soggetto versi in uno stato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente, oppure in una situazione sostanzialmente equiparabile, caratterizzata da una grave e non transitoria difficoltà economica.
Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva ritenuto sufficiente il mancato pagamento dei canoni di leasing per giustificare la segnalazione, senza svolgere alcuna indagine sulla reale situazione patrimoniale della società segnalata. Tale omissione viene qualificata dalla Cassazione come una violazione della disciplina regolamentare dettata dal Testo unico bancario, dalle delibere del CICR e dalle istruzioni della Banca d’Italia, oltre che come un mancato rispetto dei principi già affermati in precedenti pronunce della stessa Corte.
Quando l'istituto di credito procede a una segnalazione superficiale, ignorando i segnali di salute economica del cliente, compie un atto che la giurisprudenza qualifica come illecito civile. La condotta di chi si limita a rilevare il dato numerico del debito, omettendo una verifica diligente sulla reale consistenza patrimoniale, espone la banca a una responsabilità risarcitoria immediata. La Corte di Cassazione ha, infatti, ribadito che il danno arrecato all'impresa è ingiusto poiché colpisce la sua capacità di stare sul mercato, precludendo l'accesso a nuovi finanziamenti e provocando la revoca delle linee di credito esistenti. Pertanto, una volta accertato che non sussisteva quella situazione patrimoniale deficitaria necessaria per la sofferenza, il giudice di merito deve procedere alla quantificazione del pregiudizio subito dall'azienda, sia in termini di danno emergente (costi vivi sostenuti) sia di lucro cessante (opportunità di business perse a causa del declassamento del rating).