Per comprendere la portata delle novità entrate in vigore il 1° gennaio 2026, è necessario partire dalla Legge Quadro n. 281 del 1991. Prima di quella data, il randagismo veniva gestito attraverso l'accalappiamento e la soppressione degli animali. La riforma del '91 impose invece un cambio di approccio, trasformando i canili in luoghi di cura finalizzati all'adozione e vietando l'eutanasia se non per soggetti gravemente malati o pericolosi. Tuttavia, quella che doveva essere una rete di protezione si è progressivamente trasformata in un sistema di detenzione a tempo indeterminato, alimentato da un modello economico che vede nel cane non un essere senziente, ma una rendita.
La riforma del 2026
Dal 1° gennaio 2026, il settore è regolato da un nuovo manuale gestionale, in base al Decreto Ministeriale del 14 febbraio 2025. Questo documento introduce standard più rigorosi in termini di sanità animale e professionalizzazione degli operatori. Le strutture, siano esse canili sanitari o rifugi, sono ora obbligate a garantire una tracciabilità totale degli ingressi e delle uscite, una gestione rigorosa dei farmaci veterinari e protocolli di biosicurezza stringenti.
Nonostante l'evidente passo in avanti, la riforma non risolve la questione degli spazi vitali. Il manuale parla genericamente di “spazi adeguati alle esigenze etologiche”, lasciando alle Regioni e ai Comuni la libertà di definire le dimensioni effettive. Questo decentramento normativo crea disparità profonde sul territorio nazionale. Di norma, un cane di taglia media ha oggi a disposizione un box tra i 4 e i 6 metri quadrati, con un'altezza di 2 metri.
Il meccanismo delle aste al ribasso
Il vero motore del sistema canili risiede nel meccanismo degli appalti pubblici. Molti Comuni, impossibilitati a gestire direttamente le strutture, affidano il servizio a privati o associazioni tramite bandi che, spesso, premiano l'offerta economicamente più bassa. È il fenomeno delle aste al ribasso¸ in cui l'ente pubblico fissa una base d'asta giornaliera per ogni cane ospitato e il gestore vince proponendo il prezzo più competitivo.
In base a tale meccanismo, più tempo un cane resta in canile, più il gestore incassa la diaria quotidiana, con la conseguenza che le attività volte a favorire le adozioni rischiano di diventare controproducenti per il bilancio della struttura. Secondo i dati raccolti, la media nazionale di costo per animale si attesta intorno ai 6 euro al giorno, ma esistono strutture in cui la gestione è scesa fino alla soglia critica dei 4 euro giornalieri. In questa cifra devono rientrare cibo, cure mediche, personale e manutenzione, rendendo evidente come il margine di profitto venga eroso proprio dalla qualità della vita degli animali.
Sovraffollamento e irregolarità
La mancanza di trasparenza sui numeri reali è un altro ostacolo alla risoluzione del problema. Non esiste ancora un censimento nazionale, univoco e facilmente consultabile, che includa sia le strutture pubbliche che i rifugi privati. Tuttavia, le indagini condotte dal Comando Carabinieri per la Tutela della Salute (NAS) nell'ottobre 2024 hanno svelato scenari critici.
Dall'analisi dei dati del SINAC (Sistema di identificazione nazionale degli animali da compagnia) è emerso che, su un campione di oltre 100.000 cani monitorati, l'80% della popolazione canina reclusa si concentra in sole cinque regioni: Puglia, Sicilia, Campania, Calabria e Sardegna. In diverse strutture del Mezzogiorno, la media degli ospiti supera le 300 unità per singolo canile, una densità abitativa che rende impossibile il rispetto degli standard minimi di salute. L'operazione del 2024 si è conclusa con sanzioni amministrative, denunce e sequestri per un valore patrimoniale che ha sfiorato i 4,7 milioni di euro.