Con l’ordinanza n. 25 del 2026, depositata il 5 marzo, la Consulta ha deciso di rinviare la trattazione delle questioni di legittimità costituzionale relative al pagamento differito e rateizzato delle indennità di fine servizio degli statali.
Già in precedenza la Consulta si era espressa sulla necessità di allineare i tempi di pagamento del TFS dei dipendenti pubblici, che al momento viene rateizzato e versato agli statali anche con forti ritardi, a quelli del trattamento di fine rapporto (TFR) dei dipendenti privati, che lo ricevono nel giro di pochi giorni.
Sul punto si richiama la sentenza n. 130/2023, nella parte in cui il Giudice delle leggi statuisce che “il differimento della corresponsione dei trattamenti di fine servizio (TFS) spettanti ai dipendenti pubblici cessati dall’impiego per raggiunti limiti di età o di servizio contrasta con il principio costituzionale della giusta retribuzione, di cui tali prestazioni costituiscono una componente; principio che si sostanzia non solo nella congruità dell’ammontare corrisposto, ma anche nella tempestività della erogazione”, atteso che “si tratta di un emolumento volto a sopperire alle peculiari esigenze del lavoratore in una particolare e più vulnerabile stagione della esistenza umana”.
Adesso, nuovamente, la Corte Costituzionale riporta al centro del dibattito pubblico il tema che, da anni, riguarda la pubblica amministrazione: "il sistema che oggi allunga i tempi per ricevere il TFS dei lavoratori pubblici dovrà essere eliminato". Tuttavia, i giudici hanno scelto un approccio cauto ma significativo, concedendo al Parlamento dodici mesi per individuare una soluzione strutturale capace di superare l’attuale sistema di differimento e rateizzazione.
In sostanza, la questione viene rimessa nelle mani della politica, chiamata a costruire una riforma sostenibile senza mettere sotto pressione i conti dello Stato.
La Consulta non ha, infatti, dichiarato immediatamente incostituzionale la normativa vigente. I giudici hanno tenuto conto dell’impatto che un’abolizione immediata delle regole attuali avrebbe sulla finanza pubblica. Nelle memorie presentate alla Corte, l’Inps ha stimato costi rilevanti: circa 4,2 miliardi di euro nel caso di eliminazione del differimento della prima rata, 11,6 miliardi senza il sistema di rateizzazione e fino a 15,6 miliardi se venissero cancellati entrambi i meccanismi.
Queste cifre hanno pesato sulla decisione di concedere tempo al legislatore per intervenire con una riforma graduale, in modo da evitare effetti immediati sui bilanci pubblici. La gradualità viene indicata come la via più percorribile: un percorso che consenta di ridurre progressivamente i tempi di pagamento senza creare squilibri finanziari.
La pronuncia arriva, peraltro, mentre il Governo ha già avviato un primo intervento. Con l’ultima legge di Bilancio è stata prevista una riduzione dei tempi di attesa: dal 2027 la prima rata della liquidazione sarà pagata entro nove mesi dalla cessazione del servizio, invece degli attuali dodici. Grazie a una nuova linea di credito attivata da Cassa Depositi e Prestiti, l’INPS potrà anticipare fino a 50 mila euro delle somme dovute entro tre mesi dal pensionamento.
La decisione della Corte è stata accolta con attenzione anche dalle organizzazioni sindacali. La Cisl Fp ha ricordato di aver raccolto oltre 80mila firme per chiedere l’allineamento dei tempi di erogazione del Tfs a quelli del Tfr del settore privato, sostenendo che «non si può continuare a utilizzare il salario dei dipendenti pubblici per esigenze di bilancio».
Più critica invece la Flp Cgil, che ha messo in discussione le stime dell’Inps sui costi della riforma. Secondo il sindacato, i dati presentati dall’istituto «stonano con le valutazioni della Ragioneria generale dello Stato», che avrebbe quantificato in circa 22 milioni di euro il costo della riduzione di tre mesi dei tempi di pagamento prevista dall’ultima manovra.
Al di là delle divergenze sui numeri, la decisione della Corte ribadisce un punto fondamentale: la riforma del TFS dovrà trovare un equilibrio tra la tutela dei diritti dei lavoratori e la sostenibilità dei conti pubblici. Il conto alla rovescia per una soluzione legislativa è ormai iniziato.
Già in precedenza la Consulta si era espressa sulla necessità di allineare i tempi di pagamento del TFS dei dipendenti pubblici, che al momento viene rateizzato e versato agli statali anche con forti ritardi, a quelli del trattamento di fine rapporto (TFR) dei dipendenti privati, che lo ricevono nel giro di pochi giorni.
Sul punto si richiama la sentenza n. 130/2023, nella parte in cui il Giudice delle leggi statuisce che “il differimento della corresponsione dei trattamenti di fine servizio (TFS) spettanti ai dipendenti pubblici cessati dall’impiego per raggiunti limiti di età o di servizio contrasta con il principio costituzionale della giusta retribuzione, di cui tali prestazioni costituiscono una componente; principio che si sostanzia non solo nella congruità dell’ammontare corrisposto, ma anche nella tempestività della erogazione”, atteso che “si tratta di un emolumento volto a sopperire alle peculiari esigenze del lavoratore in una particolare e più vulnerabile stagione della esistenza umana”.
Adesso, nuovamente, la Corte Costituzionale riporta al centro del dibattito pubblico il tema che, da anni, riguarda la pubblica amministrazione: "il sistema che oggi allunga i tempi per ricevere il TFS dei lavoratori pubblici dovrà essere eliminato". Tuttavia, i giudici hanno scelto un approccio cauto ma significativo, concedendo al Parlamento dodici mesi per individuare una soluzione strutturale capace di superare l’attuale sistema di differimento e rateizzazione.
In sostanza, la questione viene rimessa nelle mani della politica, chiamata a costruire una riforma sostenibile senza mettere sotto pressione i conti dello Stato.
La Consulta non ha, infatti, dichiarato immediatamente incostituzionale la normativa vigente. I giudici hanno tenuto conto dell’impatto che un’abolizione immediata delle regole attuali avrebbe sulla finanza pubblica. Nelle memorie presentate alla Corte, l’Inps ha stimato costi rilevanti: circa 4,2 miliardi di euro nel caso di eliminazione del differimento della prima rata, 11,6 miliardi senza il sistema di rateizzazione e fino a 15,6 miliardi se venissero cancellati entrambi i meccanismi.
Queste cifre hanno pesato sulla decisione di concedere tempo al legislatore per intervenire con una riforma graduale, in modo da evitare effetti immediati sui bilanci pubblici. La gradualità viene indicata come la via più percorribile: un percorso che consenta di ridurre progressivamente i tempi di pagamento senza creare squilibri finanziari.
La pronuncia arriva, peraltro, mentre il Governo ha già avviato un primo intervento. Con l’ultima legge di Bilancio è stata prevista una riduzione dei tempi di attesa: dal 2027 la prima rata della liquidazione sarà pagata entro nove mesi dalla cessazione del servizio, invece degli attuali dodici. Grazie a una nuova linea di credito attivata da Cassa Depositi e Prestiti, l’INPS potrà anticipare fino a 50 mila euro delle somme dovute entro tre mesi dal pensionamento.
La decisione della Corte è stata accolta con attenzione anche dalle organizzazioni sindacali. La Cisl Fp ha ricordato di aver raccolto oltre 80mila firme per chiedere l’allineamento dei tempi di erogazione del Tfs a quelli del Tfr del settore privato, sostenendo che «non si può continuare a utilizzare il salario dei dipendenti pubblici per esigenze di bilancio».
Più critica invece la Flp Cgil, che ha messo in discussione le stime dell’Inps sui costi della riforma. Secondo il sindacato, i dati presentati dall’istituto «stonano con le valutazioni della Ragioneria generale dello Stato», che avrebbe quantificato in circa 22 milioni di euro il costo della riduzione di tre mesi dei tempi di pagamento prevista dall’ultima manovra.
Al di là delle divergenze sui numeri, la decisione della Corte ribadisce un punto fondamentale: la riforma del TFS dovrà trovare un equilibrio tra la tutela dei diritti dei lavoratori e la sostenibilità dei conti pubblici. Il conto alla rovescia per una soluzione legislativa è ormai iniziato.